sabato 10 giugno 2017

Troppa libertà, nessuna responsabilità

Voltaire


Caro Voltaire, stiamo qui a meditare sulla tua frase:

«Ma come! Sarà permesso a ciascun cittadino di non credere che alla sua ragione e di pensare ciò che questa ragione, illuminata o ingannata, gli detterà? È necessario, purché non turbi l’ordine» (Trattato sulla tolleranza).

Splendida e chiarissima, eppure non sempre colta nella sua interezza. Adoriamo disquisire sulla libertà, gridando a squarciagola il nostro diritto ad averla: più ne parliamo, più la calpestiamo.

La dea romana Libertà rappresentava la libertà personale di ognuno, ma si identificava con la cosa pubblica, la res publica. Per lo storico romano Tacito, lo spirito di libertà è il sentimento umano più nobile, capace di unire gli uomini al di là dei confini geografici e delle differenze.

Tra i Greci, invece, era difesa la libertà della comunità politica, non quella del singolo: gli individui erano soggetti a leggi limitative affinché tutti potessero vivere in uno Stato organizzato.

Trasvolando al Seicento, incontriamo Cartesio, che definisce la libertà come una scelta faticosa: la ricerca della verità attraverso il dubbio.

Con poche righe abbiamo tracciato un piano sul quale riflettere. E, se non apriremo gli occhi in fretta, rischiamo di giocarci il futuro dei nostri figli.

È un fatto: siamo liberi quando possiamo pensare, esprimerci e agire senza repressioni. Tuttavia, è necessario riconoscere che tutto nasce da condizionamenti, da leggi fisiche e naturali. O no?

L’essere umano vive in società da millenni. Molti apprezzano la sicurezza, il benessere, l’interazione: un sistema complesso e generoso nato dall’alleanza tra individui diversi.

Affinché l’egoismo — il desiderio di vivere come ci pare — non distruggesse la convivenza, fu necessario fin dall’inizio stabilire norme, leggi. Tralasciamo pure il potere del più forte: se parliamo di ragione, di pensiero illuminato, dobbiamo guardare a principi validi per la maggioranza.

Qui si inserisce la frase decisiva:

“purché non turbi l’ordine”.

Quello della collettività, evidentemente.

Se ogni individuo, o piccolo gruppo, rivendica il proprio diritto assoluto, va in frantumi il bene supremo della convivenza. Ecco la res publica: il bene comune deve prevalere.

Come una metastasi si è insinuata l’idea che ciascuno possa fare ciò che vuole. Per ottenerlo si utilizzano vari strumenti, ma il più nocivo è il vittimismo: mette le persone di buona fede con le spalle al muro.

All’inizio non si percepiscono le crepe nella diga del vivere civile. Quando arriva l’acqua, però, il danno è ormai inevitabile.

Nessuno dubita: siamo convinti di avere diritti irrinunciabili. Ma non ascoltiamo ragioni che non siano le nostre.

Attenzione: nell’unione — e in democrazia contano i voti — esiste una possibilità di salvezza. Al contrario, se i rivoli si disperdono, l’alleanza si frantuma e si torna alla legge del più forte.

E in quel momento, dove saranno i coraggiosi chiacchieroni dei diritti?

— Rossana vanderBorg