lunedì 4 maggio 2020

Bordelli e prostitute

Affresco nel Lupanare a Pompei
Affresco erotico nel Lupanare a Pompei

Non è mio desiderio mescolare il diavolo con l’acqua santa, ma vorrei discorrere di “lupanari”.

Le prostitute, nell’antica Roma, erano chiamate lupe, da qui il termine; i francesi, più sofisticati, ci hanno trasmesso la parola bordello (bordel). In ogni tempo frequentare i postriboli è stato qualcosa di cui non vantarsi.

I patrizi romani si travestivano per non farsi riconoscere, e sfido a trovare oggi un uomo occidentale che ammetta apertamente di andare a                                                                                                                                      prostitute.

I motivi sono svariati. Anticamente erano per lo più religiosi; oggi nessuno ha il coraggio di dichiararlo, perché significa pagare per ottenere “piacere”.

Alcuni lo fanno perché l’aspetto fisico o l’età non permettono di avvicinare donne desiderate; altri perché certi appetiti sessuali non trovano spazio all’interno di una coppia; altri ancora per un desiderio di possesso puro.

Difficile stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma tra la prostituta e la necessità di chi la cerca io non ho dubbi.

Nelle città vediamo ormai ragazze provenienti da ogni parte del mondo, costrette a mercificare il proprio corpo. Nessuno ignora che la maggior parte è schiava di uno o più sfruttatori, eppure tanta “brava gente” usa e abusa senza farsi troppe domande.

Tornano a casa come se nulla fosse: un bacio ai figli, cena con la moglie e poi tutti insieme davanti al “Grande Fratello”.

In Italia il mercato vale circa 1,5 miliardi annui; secondo l’Antimafia si contano nove-dieci milioni di prestazioni al mese.

Vi rendete conto?

È ridicolo parlare di riaprire le case chiuse, di creare zone dedicate o altre soluzioni di facciata. Se esiste davvero una Carta dei diritti universali, si può accettare la mercificazione del corpo umano?

BASTA.

Quando c’è da scrivere “carte”, troviamo flotte di sbavatori buonisti. Quando invece si tratta di prendere decisioni serie — come seguire il modello svedese, che sanziona il cliente — tutto si ferma.

Nell’attesa di un’educazione al rispetto, a una sessualità tra esseri della stessa specie — perché a volte il dubbio è che si tratti di razze diverse — bisogna avere il coraggio di fare leggi.

Per chiudere il discorso sui lupanari, cito Dante, che parlava di altro ma sembra descrivere perfettamente il presente:
“Ahi serva Italia… non donna di provincie, ma bordello”.

E allora spiegatemi: perché dobbiamo far emigrare i nostri giovani di talento e ricevere in cambio orde senza prospettiva? Perché vendiamo il meglio del made in Italy per sfuggire a tasse e costi insostenibili, mentre permettiamo ad altri di aggirare regole che per gli italiani sono obbligatorie?

Che diavoleria è questa?

Qualche mente accelerata, insieme a una schiera di bischeri, pensa davvero di poter gestire questo bordello.

Perché una cosa è certa: in fondo al tunnel non ci aspetta la luce, ma il caldo inferno.

— Rossana VanderBorg