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| Memento Mori |
Negli ultimi anni, quando accendiamo la televisione o leggiamo i giornali, troviamo una pletora di politici, giornalisti e intellettuali che dileggiano il crescente populismo. È disarmante osservare un susseguirsi di eventi che sfila davanti a noi: riusciamo a focalizzarli e discuterne uno alla volta senza mai inquadrarli in un insieme.
L’idea dell’irrilevanza delle esperienze passate è figlia dei tempi moderni, di una cultura — o non cultura — giunta da oltreoceano. Divertente vedere l’avvinghiarsi innaturale dell’intellighenzia progressista a questa americanata: hanno messo la Storia sul rogo perché prediletta da conservatori e nazionalisti. Cicerone affermava che la “Storia è maestra di vita” e quindi, senza timori, rievochiamo alcuni fatti trascorsi per chiarirci le idee.
Abbiamo vissuto un periodo di pace e benessere. La popolazione europea mangiava tre pasti al giorno, c’era lavoro, casa, vacanze, scuola e sanità. La maggioranza delle persone era ottimista, costruiva il futuro dei figli e assaporava il presente.
Arrivarono i tempi bui dell’austerità: il prezzo del petrolio cominciò a salire e molti compresero quale sudditanza fosse dipendere da altri per il fabbisogno energetico. L’austerità del 1973 fu scatenata dall’invasione di Israele, compiuta a sud dall’esercito egiziano e a nord dai siriani. I paesi arabi appartenenti all’OPEC incalzarono l’Occidente perché non intervenisse. Ed allora cosa fecero? Diminuirono del 25% le esportazioni di petrolio e ne raddoppiarono il prezzo.
Si trovarono con un’aumentata prosperità — eccezion fatta per le popolazioni locali — infatti ben presto scoppiò una guerra tra l’Iraq e l’Iran, tanto per tenerle occupate. La scusa di Saddam Hussein, nel 1980, era legata a dispute sul confine; fatto sta che un giorno attacca di sorpresa l’Iran senza dichiarare guerra.
I nostri prodi governanti, con a capo USA, Germania e Gran Bretagna, si uniscono a Cina, Egitto e ad altri paesi del Golfo contro l’Iran, al cui fianco si schiera la Siria. Meravigliosa brigata, unita da diritti civili e democrazia, vero? In cambio però Arabia Saudita e paesi dell’OPEC aumentano la produzione di petrolio e il prezzo diminuisce. Gentili e generosi!
Analizzando la realtà storica scopriamo, al contrario, che l’intreccio tra politica ed economia rende il terreno ricoperto di sabbie mobili, quando non di melma o altro.
Dopo la rivoluzione del 1979 l’Iran diventa uno Stato teocratico, come l’Arabia Saudita, dove la grande famiglia dei Saud — composta da migliaia di membri tra cugini e nipoti del fondatore — si tiene stretto il potere e i due principali luoghi santi dell’Islam, la Mecca e Medina. Questi signorotti predicano una versione rigorosa dell’islamismo sunnita, nata alla fine del Settecento.
Molti paesi arabi, governati da sunniti, hanno al loro interno una folta popolazione sciita; nel caso del Bahrein e dell’Iraq sono la maggioranza. Lo Yemen invece è governato dagli sciiti e, tanto per fare un esempio, la guerra in corso vede l’Arabia Saudita schierata con la popolazione sunnita e l’Iran con il governo yemenita.
Nel 1971 era diventato presidente della Siria Hafiz al-Assad. L’Arabia Saudita fin dall’inizio ha mal sopportato questo governo laico e ha sempre aiutato i sunniti all’interno del paese, finanziando gruppi fondamentalisti dissenzienti come la Fratellanza Musulmana.
Nel 2011 anche in Siria, con la cosiddetta “primavera araba”, molti scesero pacificamente in piazza per chiedere riforme; tuttavia, come altrove, furono in troppi a servirsene per rovesciare i governi. Guarda caso, manovrati dall’estero.
Molti siriani, scappati dalla guerra, testimoniano che capi delle fazioni jihadiste sono arrivati dall’Arabia Saudita. Indubbiamente sono milizie sunnite quelle che da anni si scontrano con il regime siriano, i cui comandi militari hanno un ufficio nella cittadina turca di Gaziantep. Riecco i turchi.
Sul personaggio Erdogan abbiamo già scritto. Ora possiamo aggiungere che i russi hanno rotto le uova nel suo paniere. Da anni questo signore si impegna per la caduta del presidente siriano; il territorio turco è utilizzato dai combattenti islamici per raggiungere l’ISIS; sono emersi affari commerciali e trasferimenti bellici ai jihadisti. I giornalisti turchi e gli accademici rischiano la condanna a vita per ciò che scrivono, e nonostante questo dovremmo fidarci?
Certo, ogni tanto l’Europa richiama Erdogan per l’abitudine di mettere in galera chi esprime opinioni. Solo che da quando Angela Merkel ha invitato chiunque a rifugiarsi in Germania, tutto è diventato più complicato. Si è dovuto scendere a patti con la Turchia, versando miliardi affinché trattenga la marea umana. Di fatto siamo diventati ostaggi.
Tutto questo per una guerra etnico-religiosa interna all’Islam, per un’idea di dominio antica e mai superata.
Se non bastasse, si aggiungono altri paesi travolti dalla guerra, inizialmente camuffata da interventi umanitari. Verrebbe da sorridere amaramente sentendo proporre la spartizione della Libia: Cirenaica, Tripolitania e sud tribale.
Passiamo all’Egitto. Tornato alla “calma” grazie all’intervento militare, dopo la caduta di Mubarak si era arrivati a un governo dei Fratelli Musulmani, con l’intento di imporre la Sharia. Le proteste del 2013 hanno riportato al potere i militari con al-Sisi.
Qui arriviamo al punto: inutile continuare a vomitare colpe sul periodo coloniale. È evidente che queste popolazioni sono state e sono sballottate tra poteri, tribù e interessi.
Si è caduti nel ridicolo quando si è ipotizzato di esportare libertà di pensiero e diritti umani in questi contesti.
Siamo fuori dai sistemi democratici che conosciamo, e alla fine ci rimettono la vita ragazzi come Giulio Regeni, inviato a studiare i sindacati in Egitto: un’illusione paragonabile allo studio delle orchidee al Polo Nord.
Credete davvero che in Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Qatar, Oman, Yemen — e in gran parte dell’Africa, della Cina, del Pakistan e dell’India — ci sia spazio per opposizione, dissenso, uguaglianza e diritti civili?
BASTA.
Dietro a tanti giovani generosi e a tante persone dedite agli altri, ci sono i grandi burattinai.
A loro dedichiamo la seconda parte.
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