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| La Galleria di vedute di Roma antica di Giovanni Pannini |
Puoi avere un nonno Augusto e un padre Giulio, nomi che trasudano romanità.
Una nonna Matilde, in memoria di chi a Canossa fece inginocchiare un imperatore.
Puoi amare fanaticamente la tradizione e la cultura italiana.
Girare per Roma, Venezia, Firenze e mille altri borghi.
Puoi essere affascinato da tanta bellezza e genialità, pronto a difendere con unghie e denti un impianto di civiltà senza eguali.
Eppure, istintivamente, ami un’altra bandiera.
Perché?
Direbbe Sherlock Holmes: elementare.
È nel ventre materno che si tramandano impulsi misteriosi, quelli che costruiscono la nostra prima sensitività.
Alla nascita seguono insegnamenti, influenze, ambienti.
Si può essere condizionati da tutto questo.
Ma l’interiorità resta legata a qualcosa di più profondo:
a quei mesi indecifrabili prima del parto e al bisogno di appartenenza a un ordine umano affine.
Lo vediamo anche nei tratti più superficiali:
il bisogno di somigliare a modelli imposti,
l’adesione a mode,
fino all’associazionismo più spinto.
In mezzo, sempre lo stesso desiderio:
condividere un sistema di vita simile al proprio.
Tutto si complica quando l’uomo tenta di portare acqua al proprio mulino.
Quando il cristianesimo abbatté il paganesimo e divenne religione ufficiale, ereditò anche l’idea romana del dominio.
Eppure Gesù, parlando di “un solo gregge e un solo pastore”, indicava qualcosa di profondamente spirituale:
la ricerca interiore, qualcosa che precede perfino il ventre materno.
Eppure, da sempre, molti hanno trasformato questo in un progetto di universalismo, volto a imporre sistemi culturali.
Oggi lo vediamo nella globalizzazione.
Anche l’Islam, a suo modo, si propone di diffondere la propria visione, con uno sguardo al dominio.
Karl Marx, parlando della religione come “oppio dei popoli”, non colse che la credenza non è solo inganno, ma anche necessità:
un modo per alleviare il peso dell’esistenza.
Benedetta sia.
Ciò che non funziona è la volontà di supremazia delle strutture religiose e politiche, capaci di sfruttare la debolezza umana.
È evidente il tentativo di alterare in Europa l’ordine sociale, politico ed economico costruito nel dopoguerra.
Non per necessità, ma per limitare l’autodeterminazione raggiunta.
Togliere libertà è semplice.
Si indebolisce l’economia.
Meno lavoro, meno risorse.
Si aumenta la percezione di pericolo.
Se hai paura, ti abitui a cedere.
Chiuso in casa, impoverito, diventi pronto ad accettare qualsiasi cosa.
Altrimenti, perché non aiutare i migranti nei loro paesi?
Esistono organizzazioni internazionali nate proprio per questo.
Due le possibilità:
o non servono,
oppure non fanno il loro lavoro.
Ci sono conflitti religiosi, tribali, irrisolti da secoli.
E noi dovremmo accogliere, senza criterio, persone con visioni del mondo lontane anni luce dalle nostre?
Sottomissione della donna.
Infibulazione.
Riti animisti.
Negazione delle civiltà altrui.
Stiamo scherzando?
Nessuno dimentica le proprie radici.
Vale quanto già detto:
nelle Americhe e in Oceania le popolazioni autoctone sono state calpestate.
In territori immensi e quasi vuoti si è creato un multiculturalismo che ancora oggi convive con razzismo e violenza.
Quindi basta.
Smettiamo di raccontare la favola di una società multiculturale armoniosa.
Teniamo strette le nostre conquiste.
Chi arriva si adegui alle leggi e alle regole, come fecero i nostri emigranti.
Altrimenti, è libero di andarsene.
Con buona pace dei buonisti.
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