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| Ultima cena di Jaume Huguet |
Non c’era alcuna necessità di scomodare i poveri corvi.
Monsignori, signori e signore scoperti a tramare appartengono a pieno titolo alla categoria degli umani.
Nell’“Ultima Cena” del pittore catalano Jaume Huguet, del XV secolo, vediamo un gatto intento a osservare un corvo con un’arancia tra le zampe.
In quel dipinto il felino fa le veci del maligno, mentre il passero rappresenta il bene; il frutto rimanda all’albero della vita o ai corvi incaricati da Dio di portare cibo al profeta Elia.
Questi uccelli, quindi, non sono sempre simbolo di malaugurio solo perché si nutrono di carogne e vengono legati alla frase “finire in pasto ai corvi”.
L’agnello, invece, rappresenta il Cristo redentore. E, diciamolo, crocifisso non una, ma migliaia di volte.
Solo gli stolti prestano fede a documenti carpiti e utilizzati da alcuni giornalisti per costruire inchieste e libri, puntando a fama e denaro.
La mietitrice è sempre pronta a confezionare e scaricare prodotti su un pubblico abituato al buco della serratura. Ma c’è ben altro da individuare.
L’eterna guerra per impadronirsi del potere. Piegandosi alla brama umana di qualcuno.
Alimentata da adulazione e vanità. E qui arriva l’Opus Dei.
Dentro “l’Opera” ci sono cervelli di tutto rispetto.
Quando uscì “Il Codice da Vinci” di Dan Brown, a New York — dove dimora lo stato maggiore dell’“Octopus Dei” (la “Piovra di Dio”, come la chiamano gli anglosassoni) — invece di trincerarsi dietro silenzi e censure, decisero di sfruttare la circostanza.
Irridendo le pratiche fanatiche di un personaggio, colsero l’occasione per diffondere informazioni sulla propria attività apostolica.
Quando Josemaría Escrivá fondò l’Opus, l’ispirazione era positiva. Favorire una partecipazione più attiva dei credenti.
Aiutare a trovare Cristo nelle attività quotidiane. Organizzare ritiri. Lezioni dottrinali.
Sostenere le chiese locali nell’evangelizzazione. Quella era la pentola. Il coperchio, invece, è il solito.
Il “popolo di Dio” guidato dalla spregiudicatezza di pochi. E poi adagiato, quando trova un tornaconto.
Nell’organizzazione esiste un laccio fatto di opere buone. Soprattutto per chi è affiliato.
Nulla di diverso da tante altre associazioni religiose. Antiche come il mutuo aiuto tra gli ebrei.
O moderne come Scientology.
L’essere umano ha bisogno di appartenenza. E riconosce il proprio simile quando è accomunato.
È un dato di fatto.
Troppo facile liquidare il monsignore legato all’Opus come amante della vita mondana e carrierista.
È in ottima compagnia.
Se fosse lui il “corvo” attraverso cui documenti riservati sono usciti dal Vaticano, con l’aiuto di una giovanissima donzella, allora bisognerebbe spazzare via insieme a loro tutto il sottobosco di faccendieri.
Laici e non. Serve rifondare il “consenso dei popoli” (consensus gentium).
E il principio di coerenza. Abbattere l’individualismo travestito da buonismo.
E da accettazione delle particolarità. È questo che genera una ricerca continua del proprio interesse a scapito della collettività.
I predatori si annidano sempre nei ventri molli. Il limo resterà. Cambieranno sedie e poltrone.
Vinti e vincitori si scambieranno i ruoli. Gioisce chi sogna l’annientamento della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
Perché la vede come un argine agli individualismi senza freni. Ma non si chiedono cosa verrà dopo.
Perché il peggio non è mai morto. Guardino le nostre città. Ciò che abbiamo ereditato è immenso.
Ciò che stiamo lasciando è ben poca cosa.
Una signora “nessuno” vorrebbe gridare basta a questa finta ingenuità. Al continuo cadere dalle nuvole.
Allo stupirsi ogni giorno di corruzioni e collusioni come fossero novità.
Salvo accorgersene solo quando diventano libro o notizia.
Papa Francesco abbia misericordia. Ma da chi viene dall’altra parte del mondo, come lei, ci si aspetta anche una scossa.
Quasi un’apocalisse. Per ridarci forza. Per ricominciare, se necessario.
Perché noi — e i nostri figli — siamo ormai avviluppati dalla scelleratezza.
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