Non è il calcio. È il risultato di decenni di degrado.
Al comando del Belpaese, per decenni, abbiamo avuto un’accozzaglia di democristi e sinistri che, per governare, si mettevano d’accordo favorendo i loro vassalli.
Così si sono allargati come una metastasi nella società: mettendo i loro accoliti nelle università e nelle scuole, negli ospedali i loro baroni con figli e amici fidati; i tribunali si sono riempiti di emuli di Torquemada, il grande inquisitore, e di giovani Robespierre che, come il loro mentore, hanno imposto un periodo del Terrore, mettendo fine alla Prima Repubblica.
Dietro questi filoni di potere si muovevano spavaldi i sindacati, che giorni sì e giorni no imponevano scioperi, costringendo la migliore industria italiana a scappare, spesso oltreoceano, iniziando dalla Fiat nei primi anni ’70.
Era il loro modo, da giannizzeri, di imporre ciò che i loro padroni politici comandavano: fedeli a tutto, tranne che ai lavoratori.
Da qui nasce una Seconda Repubblica con un tumore in espansione, non più localizzato ma mosso solo dalla smania del denaro e dallo svilimento della popolazione italica, sempre più corrotta e pigra.
In questo contesto emerge un imprenditore che, rimasto senza la spalla del defunto partito socialista, si allea con un nascente partito che vuole liberare il Nord dai parassiti e con un piccolo partito di destra.
Vincono le elezioni, ma non riescono mai a portare a termine il mandato: i nipotini degli antichi potentati, cambiati solo nei nomi dei partiti, a suon di magistrati fanno cadere ogni governo eletto.
E così si va avanti.
Tra pagliacci toscani e avvocati che hanno svuotato le casse dello Stato per fare beneficenza a chi non ha mai voluto studiare o lavorare, inventando leggi che regalavano denaro con il pretesto di rilanciare l’edilizia, arricchendo i soliti furbacchioni.
Non solo: con un “decreto rilancio” si riesce perfino a salvare il padre della compagna dalle patrie galere.
E poi arriviamo al primo governo guidato da una donna che non ha dovuto svendersi per arrivare ai vertici del paese, che ha lottato e vinto dentro un partito di destra pieno di marpioni, ma che viene osteggiata soprattutto da invidiose e screanzate donnole sinistre.
Il paese rischia di cadere di nuovo nelle mani di un’accozzaglia di partiti formati da personaggi di questo tipo, e da chi sarebbe solo uno sfregio immaginarla a capo di un governo.
La domanda viene spontanea: il popolo dorme?
No, signori.
Il popolo, per metà, è figlio della corruzione dilagata negli ultimi 60/70 anni.
Quel popolo produttivo, fantasioso, genuino, bonaccione e allegro è diventato aggressivo, iracondo, stressato, livido.
Guarda casa d’altri, rosica, e quando non riesce a ottenere ciò che vuole, desidera distruggere.
È immerso in una melassa di buoni propositi, nel buonismo peloso, nel desiderio di ricchezza facile — e si vende per nulla.
Molte famiglie ne pagano il prezzo: separazioni, divorzi, madri che si vendono per ottenere benessere attraverso i figli.
Eppure, per fortuna, qualcosa resiste: le tradizioni.
Direte: cosa c’entra tutto questo con il calcio e l’esclusione degli Azzurri dai Mondiali?
C’entra eccome.
Le ricadute della corruzione arrivano ovunque.
Se un paese si è trovato impreparato perfino durante il Covid, volete che non accada anche nello sport?
A capo della Lega calcio, un potentato che muove milioni, si sono alternati presidenti di ogni tipo: alcuni di livello, altri di infimo ordine.
Politici, commissari, giochi di potere: i club non trovano mai un accordo, troppo impegnati a spartirsi i diritti televisivi.
Si ricordano della Nazionale solo quando fallisce.
Per il resto conta solo il profitto.
I Mondiali durano poche settimane.
I loro interessi, anni.
E allora date pane agli idioti, che fanno a botte per 22 uomini in mutande che inseguono una palla.
Gli stessi che votano di pancia, senza pensare, solo per essere contro qualcuno.
Non importa se la politica è buona o cattiva.
Il problema non è solo la mancata valorizzazione dei giovani italiani o la dipendenza dagli stranieri.
È la logica del profitto che domina tutto.
Eppure esiste un’altra Italia.
Quella legata alla cultura, alla tradizione, alle città d’origine.
Non quella finta di chi si sente romano senza esserlo, e questo vale per tutte le grandi città.
Le migliori persone sono quelle dei piccoli borghi, che resistono al consumismo e al “così fan tutti”.
Lo vediamo nello sport.
Atletica, sci, nuoto, tennis, canottaggio, scherma: un’esplosione di talenti.
Giovani veri, provenienti da tutta Italia.
Nessuna corruzione.
Nessuna falsità.
Da qui bisogna ripartire.
Dal merito.
Dal sacrificio.
Dalla memoria.
Perché chi ci ha preceduto ha vissuto guerre, distruzione e rinascita per costruire una nazione libera e forte.
Ora tocca a noi.
E serve una cosa sola:
rivoltare questo paese come un calzino, senza permettere alla gentaglia di avere la meglio.