martedì 20 ottobre 2015

La Turchia nella Comunità Europea, solo questo ci manca




La goccia scava la pietra, lo dicevano gli antichi, purtroppo richiede parecchio tempo, ciò non toglie la volontà di provarci fino al tormentone. La Storia per la maggioranza delle persone non è maestra di vita, forse dipende dagli insegnanti, incapaci di renderla una materia viva; di fatto, molti non riescono ad accostare delle vicende accadute nel passato con eventi sopraggiunti, a volte potendo addirittura comparare con il presente. Si aggiunga a questo l’idea strampalata del non poter evocare il passato, perché il “nuovo” è migliore, portatore sempre e comunque di progresso. Bisogna anche metterci la supponenza umana, ignara della differenza tra apprendere e comprendere, oppressa nel giudizio da condizionamenti e istinti primari. Interessante rilevare come i problemi legati all'essere umano: nascere, vivere, morire e le derivanti pene, inquietudini e depressioni non cambiano pur attraversando i millenni. Non è diverso un persecutore di ieri rispetto a uno di oggi, e passano secoli, però violenze ed efferatezze sono sempre qui. Vigliaccheria, tradimento, menzogna, insidie invariabili. Tanta strada ma l’evoluzione non è arrivata; nelle guerre oggi come allora si parla di genocidi, stupri, miseria, gente che scappa, schiavitù. Può sembrare un paradosso eppure la Storia non inganna, si tratta sempre di uomini, guidati da odi, intolleranze, desideri di conquiste e sopraffazione.  Difficile non fare un raffronto con quanto sta avvenendo, osservando il quadro della “Battaglia di Vienna del 1683”, il top della lotta tra l’impero
Ottomano e l’Europa, quando il nostro continente sembrava non aver speranze, anche perché tormentato da guerre politiche e religiose tra i vari paesi.  Il potente impero Ottomano era scaturito da quello turco Selgiuchidi, esteso dall'Anatolia al Punjab, con la Persia centro del dominio.  I turchi Selgiuchidi in origine vivevano le sponde del mar Nero e del Caspio, e popolazioni turche erano anche gli Unni, gli Avari, i Bulgari che occupavano l’attuale Ungheria, chiamata dai Bizantini “Turchia”.  Al contrario adesso i turchi vivono sul territorio appartenuto alla civiltà bizantina fino al 1453, anno della conquista di Costantinopoli. L’impero Ottomano alleato della Germania si frantuma alla fine del Primo conflitto mondiale, a seguito delle guerre balcaniche e italo-turca, quando la Libia ultimo possedimento ottomano in terra d’Africa, diventa colonia italiana. Deposto dal popolo l’ultimo
sultano, il comandante militare Mustafa Kemal (noto come Ataturk, padre dei Turchi) nel 1923 cacciò i greci, che avevano acquisito delle concessioni territoriali, e si assicura in campo internazionale il riconoscimento della Repubblica, come Stato subentrato all'Impero Ottomano. Questo militare si dimostrerà lungimirante: il paese avrà una costituzione, sarà laicizzato, si riconoscerà la parità dei sessi, e si deciderà per l’elezione del presidente a suffragio universale ogni cinque anni. Oltre alla popolazione turca, nel territorio s’incontravano anche curdi, greci, ebrei e armeni. Questi avevano subito una pulizia etnica negli ultimi anni dell’impero ottomano, tra il 1915 e 1916 perché accusati d’essersi alleati con la Russia.  Passano decenni e in una Turchia laicizzata e con una buona economia, dove tre grandi partiti si affrontano nelle elezioni politiche, arriva il signor Erdogan. Chi è costui? Un venditore di limonata, al quale uno Stato laico, filo occidentale ha dato la possibilità di crescere. Come ricambia? Finendo nel 1998 in carcere per dieci mesi accusato d’incitamento all'odio religioso, e non anni come avviene nei paesi a ordinamento islamico, con aggiunta di frustate e condanne a morte. Uscito fonda un partito islamista conservatore, e sfrutta il crescente evolversi delle contese in Medio Oriente per farsi delle idee faraoniche, come il palazzo bramato e costato ai turchi 650 milioni di dollari, le cui dimensioni sono più vaste trenta volte la “Casa Bianca”. Nel 2005 nega il genocidio armeno, per questo si scontrerà con il parlamento europeo, non del tutto sprovveduto, e che iniziava a dubitare dell’alleato atlantico, sempre più ingombrante.  Inutile il pressante tirare per la giacchetta degli Usa, che volevano la Turchia facente parte della Comunità europea; come sempre, lo sappiamo, sono illuminati dal dio denaro e ciechi fino a quando non cadono nel baratro. Il presidente turco è al momento abbastanza in difficoltà perché come in altri paesi, esempio il Brasile, i capitali entrati con la politica espansiva americana e utilizzati per indebitarsi a basso prezzo, con il cambio di politica della Federal Reserve sono volati via, lasciando da pagare interessi sempre più alti, anche per il cambio non favorevole con il dollaro. Utopie di rinascita dell’“impero ottomano” si scontrano con situazioni sfuggite di mano a molti. Il bluff di Erdogan si scioglie come neve al sole quando la richiesta di combattere l’Isis, lo vede più intento a sferrare attacchi contro i ribelli curdi, che insidiano nelle elezioni politiche il suo potere. I curdi sono realmente uno strano caso, non interessano a nessuna anima pia, eppure nel mondo ce ne sono parecchie!  Qui non si parla di una piccola etnia, bensì di 40 milioni di persone prive di unità nazionale, sparse oltre che in Turchia dove sono il 18%, in Iran, in Iraq, in Siria, in Afghanistan, in Azerbaigian. Per futura memoria dei sempre pronti a battersi per una causa! Ora le lacrime di coccodrillo di Erdogan per la strage di Ankara, servono ai politici occidentali per continuare a preservare un’alleanza di fatto minata da anni, utile solo per commerci e interessi in parte sommersi. E’ arrivato il momento per l’Occidente di fare un bilancio, sono diventate troppe le situazioni incontrollate, abbiamo davanti popolazioni affamate, devastate da guerre e fanatismi, i cui capi pensano solo a mantenere il potere e la testa attaccata al corpo. Difficile trovare il giusto in mezzo a questo caos. Certo non si vedono più i cavalli al galoppo ma la bandiera nera con la mezzaluna è sempre presente.  Non scherziamo, ci siamo già passati.

domenica 18 ottobre 2015

Perché i politici regalano sempre una mela...




Se confidi nel mito o nella genesi, la discordia nasce sempre con l’offerta di un pomo, una semplice mela. Questo frutto simboleggia nei fatti la regola del “divide et impera”, dividi e comanda. L’istruzione generalizzata avrebbe dovuto portare alla conoscenza della Storia, a scoprire come la maggioranza degli esseri umani sia sempre stata indotta a perseguire scopi lontani dal proprio interesse, a favore del padrone di turno.  Nell’Occidentale la piramide non è più a punta ma a gradoni, di fatto per l’uomo comune cambia assai poco, in balia dei pifferai diventati più raffinati. Dividersi in fazioni genera lo spostamento dell’obiettivo, il moltiplicarsi di possibili responsabili, rende difficile colpire il centro. Di esempi ce ne sono tantissimi: le varie riforme della scuola non hanno mai avuto come tema principale l’insegnamento ai giovani, favorendo l'evolversi. Al contrario una maionese impazzita deve rimediare agli errori generati da regalie, scambiate con voti nelle elezioni politiche del passato: spese troppe alte per il personale a discapito delle strutture; professori capaci e poco retribuiti
suppliscono a chi si è impadronito di un posto, con altri in fila di attesa; l’industria libraria, perfino questa di parte, deve incrementare e per questo cambia virgole e puntini nei libri sempre da aggiornare. Nella sanità i malati sono l’ultimo dei problemi, girando troppi soldi è diventato solo un regno da conquistare: alcune difficoltà sono simili alla scuola, soprattutto per quanto riguarda strutture e personale; si aggiungono le baronie utili per creare vassalli e valvassori, in un turbinio di denaro, potere e arroganza. Questo è nulla rispetto al mondo sommerso che scorre parallelo, anche se alcune particelle ogni tanto arrivano a noi: banche, finanza, armi, grandi commesse. Travalica le nostre democrazie di facciata, gettando la mascherina quando dei sassolini bloccano gli ingranaggi; in quel momento siamo chiamati a far numero, alimentando faide e discordie, dalle quali a volte uscirà un nuovo pastore di pecore. Guardiamo la guerra civile in Siria, sappiamo ben poco, siamo indirizzati
a prendervi parte con notizie frammentarie. Il presidente Assad è un dittatore, come tanti; applica tortura, pena di morte, non differenziandosi da altri compreso gli Usa, bravi a gridare le nefandezze di altri, escludendosi dalla partita. Qualcuno ci può spiegare perché il presidente siriano è un nemico più terribile dell’Isis, o dell’integralismo islamico?  Durante la Seconda guerra mondiale tutti si sono turati il naso: USA, Inghilterra, Francia in primis, felici di avere come alleato Stalin, certo non uno stinco di santo! Quanti sono gli intriganti e quale il loro tornaconto nel mandar gambe all’aria la Siria? Prima della guerra civile la popolazione non fuggiva in massa, beneficiava di un’alta scolarizzazione e ha poca propensione al fondamentalismo religioso, a differenza dei paesi confinanti. A noi cadde a pioggia il problema di chi scappa da questa guerra e la spesa militare per arginarla. E’ di questi giorni la provvidenziale notizia sullo sviluppo dell’economia italiana, di là delle attese. Un piccolo miracolo! La percezione dei cittadini è tutt’altra, infatti si vive tra: disoccupati giovanili; quelli che hanno perso lavoro, con l'impossibilità di trovarrne uno allo stesso livello pre-crisi; la prevalenza dei pensionati a reddito miserabile; gli esodati. L’impressione è di una pillola indorata, o di una mela, per far ingurgitare qualche medicina imbevibile. Insomma una preparazione del terreno per qualcosa da venire. Per questo è necessario imparare a non farsi convogliare, è obbligatorio dettare l’ordine ai governanti. In una democrazia il governo, il parlamento sono lì per SERVIRCI, non il contrario. Per continuare nel cammino senza retrocedere, dobbiamo essere noi gli elettori a scrivere il programma di governo, no i luminari dei partiti politici, avvezzi a nascondere nelle postille, tutto e il suo contrario. Serve in sostanza una camera di compensazione, dove le richieste del popolo elettore sono selezionate a maggioranza per priorità e urgenza. Lo sbandierare lo spettro del populismo, come se il vocabolo fosse una parolaccia, offusca la realtà, quella di un’oligarchia elevata al potere attraverso elezioni basate sulla propaganda della rivalità e discordia, pubblicizzata come un detersivo, lo si prende per induzione, non per conoscenza. Bisogna imparare a leggere le etichette con la lente d’ingrandimento, e se abbiamo problemi di vista anziché chiederlo al negoziante, investighiamo la sua provenienza.

Sinistrati dall'ipocrisia

Dove mai sarà l'allegra brigata che inneggiava alla pace marciando con la bandiera arcobaleno? Era tutto un colore: famigliole con bambini, giovani con alti ideali, intellettuali di sinistra, gente comune e dello spettacolo mischiata ai cattocomunisti. Tutti evaporati? In quell'epoca i tamburi di guerra erano lontani, nondimeno tante case sfoggiavano nelle finestre e nei balconi la bandiera della vocazione non belligerante. Chi non manifestava si sentiva associato al dio Marte, nel circolo dei guerrafondai e dei venditori di armi. Non tutti erano omologati e ammassati negli archetipi dominanti, i ricordi tornano, e l'ipocrisia di chi fa finta d'essere approdato in un mondo nuovo è insopportabile. Il presente è frutto degli errori commessi negli ultimi decenni, quando il “diritto” è entrato nel vocabolario quotidiano. Il “diritto all'istruzione” è stato calpestato da coloro che senza lavorare, trascorrevano anni nelle università senza laurearsi, perché tanto costava poco; i genitori mandavano i figli a scuola certi che l’incombenza a predisporli all'apprendimento fosse solo del corpo docente. Il “diritto alla sanità” ha comportato un aumento di prestazioni nel pronto soccorso perché non si faceva la fila dal medico; nella spesa farmaceutica quando si pretendeva gratis anche la siringa. Il “diritto alla pensione” ha regalato a molti, con quindici o meno anni di contributi, un sostentamento per il resto della vita, con la possibilità di continuare a lavorare, e un garantito in tasca elargito per tredici o più mensilità. Il “diritto alla casa” ha concesso a chi sapeva muoversi, di non fare sacrifici per comprarne una, si entrava in possesso di
un’abitazione a prezzo stracciato, indipendente dalla situazione economica del nucleo familiare, spesso ereditando il privilegio. Il “diritto al lavoro” ha permesso a molti di assentarsi con controlli sui generis, di lavorare senza rendimento, di pretendere uno stipendio come se fosse un dovuto, non un ricevere effetto di un dare. Tutto era distribuito allegramente, in cambio il ventre molle della politica
e dei personaggi influenti negli ambienti della baronia universitaria, della magistratura, dei giornalisti, dei bancari, del mondo finanziario, troppi per elencarli tutti, diventava sempre più potente e vorace. Come gli antichi feudatari, la gestione era mandata avanti con il sistema della raccomandazione, guai a non far parte di un partito, sindacato, chiesa, o potentato. Chi osava avversare il meccanismo, troppo squilibrato perché continuasse in eterno, era tacciato di reazionario, ignorante, guardato con sufficienza. Non c’è nessun piacere nel ravvisare la disfatta, solo il desiderio di trovare una via d’uscita per non danneggiare i ragazzi, le future generazioni. Abbiamo agito ipocritamente, peccato di presunzione, di stupidità. Soprattutto è mancato l'equilibrio, il buon senso contadino. Per convivere con gli altri ci devono essere regole, e non possono essere personali. Devono abbracciare un gran numero di situazioni, ma se a queste devi aggiungere di continuo delle postille, salta all'aria tutto. Diogene asseriva che l’uomo libero è indipendente dalla società, per questo viveva in una botte. Non è il nostro caso! Noi vogliamo stare in collettività, però dettando le regole a noi favorevoli, lasciando fuori la realtà degli altri, questi sconosciuti… Impossibile, per quanto siamo astuti, ce ne sarà sempre uno di più. Se conquistano o acquistano il potere, per noi la frittata è fatta. E’ necessario smetterla di seguire come le pecore, il pastore di turno, dobbiamo farci guidare nelle situazioni dalla ragionevolezza; l’alleato è il vicino di casa con il quale gioco forza, bisogna scendere a patti. Il dichiararsi di un partito o dell’altro, destra, sinistra, brandire coerenze alle quali non riusciamo dar seguito, fa di tutti noi carne da cannone.