venerdì 16 ottobre 2015

TTIP in arrivo un altro raggiro



Mettiamola così, non riuscendo più in Occidente a stare con i piedi per terra, negli ultimi anni il demonio si è organizzato e ha preparato un piatto che ci vede quasi cotti a puntino. Il demonio non è un singolo soggetto, agisce in gruppo, e allestisce trappole perché noi, gli allegri idioti, ci finiamo dentro, felici e contenti. E’ accaduto che nell'ultimo secolo, i nostri nonni e genitori abbiano patito due conflitti mondiali, hanno sgobbato parecchio, potendo però lasciarci il frutto di tale lavoro: l’affidamento, in comodato d’uso, di una società libera, con ampie tutele sul lavoro, sicurezza, istruzione. Noi non abbiamo ringraziato per il lavoro sporco, per la fatica nel dover affrontare una ricostruzione con tante insidie, le poche ore di svago e i sacrifici per lasciare questa prosperità. No, abbiamo dissacrato le loro idee, sbeffeggiato l’onestà, l’integrità, la rettitudine, prendendoli in giro per l’ingenuità di una vita semplice. Adesso che abbiamo smantellato i pilastri dell’umana convivenza, inneggiando ai “privilegi” personali, vedremo quanto saremmo bravi a cavarcela. La crisi nata dalla voracità finanziaria ha cominciato a diminuire i diritti, sembrava impossibile che accadesse, eppure è avvenuto. Mentre noi negli anni passati scendevamo in piazza per i più disparati motivi, il demonio ha deciso che da queste parti gli operai costavano troppo e, con un pianeta grandino, le industrie potevano essere spostate in luoghi più compiacenti. Adesso alcuni cominciano a sospettare dei migranti, persone con minor coscienza dei loro diritti, e diciamolo pure, abituati a sgobbare più di noi. Tanto per fare un esempio, non avremmo dubbi sulla scelta tra
un’altezzosa e scontrosa commessa o impiegata, e una migrante dolce e sorridente. Il demonio è un tipino interessante perché dividendosi e moltiplicandosi, trova mille artifici come il TTIP, un Trattato
Transatlantico sul commercio e gli investimenti promosso nel luglio 2013 (guarda caso in piena crisi!) tra gli Usa e l’Unione Europea. Divertente che noi comuni mortali, ancora elettori, ne sentiamo parlare marginalmente, trapela pochissimo; la sua stesura è segreta e sconosciuta anche dai parlamentari nazionali. L’obiettivo dell’accordo è integrare il mercato americano ed europeo, riducendo dazi doganali, rimuovendo barriere non tariffarie, standardizzando qualità e regolamenti. Per intenderci, un gruppo di signori spinti da una settantina di multinazionali, e chissà quanti lobbisti, sta decidendo sopra le nostre teste, di approvare delle norme che possono cambiare le regole all'interno di uno Stato, annullando le garanzie di tutela dei cittadini. Basterà che una determinata impresa intenti una causa per “perdita di profitto”, e uno Stato si troverà a mandare all'aria i diritti sociali. Se litighiamo adesso perché vogliono imporre all'Italia la mozzarella fatta con il latte in polvere anziché con quello fresco, immaginate cosa succederà con il TTIP! L’elogio alla follia, chiediamo perdono al buon Erasmo, è che tutto passa per le mani di pochissime persone, il trasvolo oltreoceano di molti politici europei e di casa nostra, insospettisce non poco. Con una ratifica possiamo veder sospesi diritti del lavoro, della persona, dell’ambiente, di cittadinanza, scompaginando conquiste sociali dell’ultimo secolo. Tutto in barba alla democrazia. Qualcuno mi vuole spiegare perché scrivere articoli sulla paura dei cinesi per la “Magna Carta”, esposta a Pechino nella riservata ambasciata inglese anziché nell'Università del Popolo, per diniego dell’autorizzazione, rimarcando la censura, e assolutamente nessuno indaga sul TTIP? Intanto con l'anno scolastico iniziano le liti sui menù scolastici, alcune mamme si lamentano della bieta surgelata e della mancanza di menù biologico; altre con bambini piccoli dell'orario, troppo presto o troppo tardi se lavorano. Buon appetito Demonio!

giovedì 15 ottobre 2015

Scuola, piccoli grandi miracoli




In questo periodo storico, molti ragazzi anche con ottimi voti a scuola, non trovano una ragione per andarci. Inutile il dispiego di motivi da parte dei genitori, loro controbattono mostrandoti i video su “you tube” con professori divertentissimi, e altre trappole del genere. E' difficile anche per chi ancora crede nell'istituzione e nei docenti, dare del tutto torto ai figli, perché il mondo degli adulti è diventato assai complesso. I bambini diventati grandicelli, squadrano gli insegnanti, e riescono con rapidità a scoperchiare l’adulto: le manie, le insofferenze, le antipatie, le insicurezze. Ogni mattina alunni preparati e non, si destreggiano, utilizzando le informazioni recepite. La classe è un gruppo che agisce in branco, diventa facile  pianificare le azioni nei confronti dei professori. Una buona parte svolge la professione con l’occhio al termine delle lezioni, quasi come gli alunni; un’altra tenta di spiegare una lezione condizionandola all'applicazione di concetti assunti meccanicamente. Per fortuna esistono le eccezioni! Quando i figli tornano a casa, siamo preparati al brontolio quotidiano sul professore che rifila video, un altro non sa spiegare, poi ci sono i cultori della lavagna elettronica, che portano acqua al mulino a chi vorrebbe apprendere attraverso le nuove tecnologie, non uscendo dalla propria stanza. Finalmente un pomeriggio accade il miracolo: -  ti stupiscono parlando con
interrogativi precisi e consapevoli sulla “libertà” interna ed esterna; si domandano se gli animali selvaggi sono più liberi degli umani; se avevano ragione gli esistenzialisti nell'affermare che siamo tutti liberi e responsabili delle nostre scelte; se avesse ragione Mill nel sostenere che lo Stato deve intervenire sui cittadini solo quando pregiudica gli altri; o su quanto influenzano le condizioni materiali sull'essere libero. Un flusso di pensieri scorre come un fiume in piena. Frasi lette durante una lezione aprono un universo, spunta il dubbio se la libertà è una concessione o se te la devi meritare; s’intuisce che vivendo in una società nessuno è autosufficiente, tutti abbiamo degli obblighi, basta vedere in piccolo com'è organizzata la famiglia, il lavoro. Il pensiero sofferma su quanto l'istinto è decisivo per la condotta degli animali, al contrario noi umani possiamo scegliere. Quanto è vera però questa libertà, se poi ognuno è condizionato dalla società in cui vive o dalla famiglia? Improvvisamente gli alunni scoprono il valore della scuola nel suo insieme; negli stimoli di alcuni professori, abili nello spalancare la porta sulla conoscenza. Nello spingere e incanalare la curiosità sulle domande del chi siamo e dove vogliamo andare. Ecco a questo punto un genitore può sentirsi felice, il figlio sta diventando un adulto cosciente, e ancora una volta bisogna ringraziare il professore di turno che insegna l’intelletto a volare.

sabato 3 ottobre 2015

Brasile come mangiarsi un paese e vivere felici



I moderni brasiliani pare conoscano solo il tempo presente. Non hanno nessuna voglia di guardare al passato, essenziale per uscire da situazioni sfavorevoli, e il futuro tra un misto di scaramanzia e fatalismo, non è seducente. Questo, unito all’inesperienza, fa sì che il ricchissimo Brasile, dopo aver fatto qualche passo in avanti, di fronte all’emergenza esegua un balzo a ritroso. Nei primi anni del ‘900 il paese aveva una buona economia, soprannominata la politica del “caffè-latte”, perché con lo zucchero, erano i prodotti più esportati. Negli anni ’20 una forte depressione per il crollo del prezzo del caffè, favorisce gli oppositori del regime oligarchico dei latifondisti. Rappresentante di questa cordata era Getulio Vargas, avvocato nato in una famiglia ricca e potente, che perde le elezioni, ma nel ’37 spodesta il governo e diventa presidente, avviando una dittatura militare. Ebbe simpatie per Hitler e Mussolini ma gli USA dopo Pearl Harbor, lo inducono a inviare un corpo militare in Italia e Africa settentrionale, così per sua fortuna alla fine del conflitto sta con la parte giusta.  Poco dopo fu deposto da un pronunciamento militare, tuttavia da questa fase il paese uscirà con elezioni libere, una costituzione democratica e federale. Nel ’50 Vargas riesce a farsi rieleggere. Il suo governo non aveva una maggioranza consolidata, l’aggravarsi dei problemi economici e la corruzione tra gli uomini della sua amministrazione, lo portano al suicidio nel ’54, prima, però aveva creato il monopolio del petrolio, fondando la Petrobrás. Anello di congiunzione al periodo attuale. L’operazione scoperta dalla polizia federale brasiliana e denominata “lava-jato” prende il nome da un distributore di benzina, nel quale funzionava un ufficio di cambio, dove avveniva il “lavaggio rapido” del denaro illecito; la somma pattuita era consegnata dalle maggiori imprese di costruzioni a politici corrotti in cambio di contratti con imprese pubbliche,
particolarmente con Petrobrás. Questa impresa petrolifera impiega 80.000 persone, e si deve moltiplicare per due e mezzo le persone nell’indotto, tanto per dare un’idea dell’elevatissimo numero di beneficiari. Intanto è sparita la felicità per i nuovi giacimenti scoperti, a 300 km dalla costa nel 2007, e per il 4° posto sbandierato nella classifica mondiale, portando la sua valutazione nel 2008 a 200 miliardi di euro, adesso è 85% in meno. Bisogna con realismo elencare cause e concause per
tentare di comprendere il reale problema di questo paese. La popolazione brasiliana è di oltre 200 milioni, senza contare la realtà dei bambini nati per strada e sconosciuti perché senza identità. In Brasile ci sono più omicidi in un anno, dei morti causati dalla guerra civile siriana. Da un rapporto dell’ONU nel 2012 sono state uccise 42 mila persone, delle 50 città più violente della terra, 16 sono brasiliane, e il numero è in crescita. Nel 2013 il PIL brasiliano era di 2.246 milioni di dollari, occupando la 7° posizione mondiale. Se andiamo a ritroso, scopriamo che il Brasile nel 1975 era popolato da 121.500.000 abitanti, il suo PIL era di 108 milioni di dollari. Il problema è che il PIL, il prodotto interno lordo, in un paese come il Brasile serve solo per la tifoseria calcistica e per la propaganda politica: evviva siamo al settimo posto! Altra cosa è il PPA, la parità del potere d’acquisto pro capite, questa sì serve a comparare il benessere dei singoli paesi. Succede che il gigante retrocede all' 81° posto, perché nel 2013 il suo PPA  pro capite era di 11.747 dollari. Per avere un’idea del gioco: il piccolo Portogallo era popolato nel 1975 da 9.093.000, il suo PIL era di 19,3 milioni di dollari; nel 2013 con una popolazione di 10.460.000 contava con un PIL di 227,3 milioni, ma con un PPA di 23.047 dollari, perciò a differenza del Brasile stava al 45° posto! Ricordiamo la storia raccontata dal poeta romano Trilussa: se qualcuno mangia un pollo e qualcun altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo. Non vi è preoccupazione per chi è rimasto con la pancia vuota.Questo avviene in Brasile, la ricchezza del “prodotto interno lordo” è aumentata di forma impressionante, chi detiene il potere nel piccolo centro, nella grande città, nel governo centrale ha un pollo gigantesco, elargisce a volte delle alette, e si mangia il resto. La Petrobrás è stata inghiottita con tanta ingordigia che il suo debito è tre volte la sua liquidità; quando si parla d’investimenti sbagliati nell’acquisto di una raffineria nel Texas, del ribasso del petrolio per spiegare la situazione, bisognerebbe quantificare gli introiti derivati da milioni di barili estratti per anni, investigare la responsabilità personale e politica delle scelte scellerate. Addentrandosi nell’organizzazione del paese c’è da domandarsi se non è arrivato il tempo di diminuire il potere del presidente, infatti, l’esecutivo concedendogli le funzioni di capo di stato e di governo, delega un’autorità enorme in seno ad una democrazia giovane, con un quarto della popolazione povera, e con basso livello d’istruzione, per di più in un continente di “caudillos”. L’impreparazione della classe politica è grande quanto la sua voracità; dalla piccola cittadina alla grande metropoli i politici fanno man bassa, fregandosi della povertà, dell’insicurezza generalizzata, delle strade insicure, dell’assenza di ferrovie, dei trasporti costosi, della mancanza nel settore sanitario e dell’istruzione pubblica. Nelle ottime università pubbliche federali, la percentuale dei poveri è irrisoria, dovuto all’impossibilità di frequentare sin dalle elementari le costose scuole private e quindi riuscire a superare il test di ammissione. La crisi finanziaria, il rallentamento dell’economia cinese con il calo del prezzo delle materie prime, che implica la diminuzione della bilancia dei pagamenti, e infine il colpo di grazia per la fine delle politiche monetarie espansive che influenzano tassi e flussi finanziari a livello globale, limitando la propensione agli investimenti, lascia presagire un periodo di restrizioni. La speranza è riposta nella parte sana della società, quella che ha vissuto fino ad oggi lontano dalla cerchia politica e affaristica, magari vivacizzata da esperienze all’estero, giovane e con un ideale non solo consumistico e edonista. La ricchezza del Brasile è come il tesoro trovato da Ali Babà, non si può dare in gestione al quarantunesimo ladrone.